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Bangladesh 18Bangladesh | Di persecuzione in persecuzione

I cristiani scappati per sfuggire alla persecuzione finiscono in un campo profughi pieno di musulmani.

Uomini barbuti. Donne coperte di nero dal naso alla punta dei piedi. Centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya del Myanmar vivono stipati in capanne improvvisate fatte di teli di plastica. L'atmosfera in quel campo in Bangladesh è quella di un Islam radicalizzato. Mi chiedo se ci siano anche dei cristiani non riconosciuti. Insieme ai nostri partner, organizziamo lì delle missioni mediche e invitiamo degli evangelisti. Uno di loro è un ex imam. Anche lui è Rohingya e si fa chiamare David.


David è un evangelista di vecchia data e descrive così le ragioni della sua fuga: «La vita in Myanmar era insopportabile, senza opportunità educative per noi Rohingya, senza libertà di movimento e con forti discriminazioni. Ad esempio, ogni bambino dev’essere registrato alla polizia, pagando un’assurda “tassa” di 300–400 USD. Con sette figli, per i miei genitori fu impossibile pagare. I bimbi non registrati vengono portati via durante le perquisizioni domiciliari e temporaneamente rinchiusi. Questo fu uno dei motivi per cui i miei genitori lasciarono il Myanmar. Dopo la conversione a Cristo di mio padre e mia madre, abbiamo cominciato ad essere perseguitati dai buddisti e dai musulmani estremisti, col rischio di essere torturati. I miei genitori frequentavano le funzioni religiose in gran segreto, ma alla fine sono stati scoperti. Quattordici anni fa anch’io ho abbracciato la fede cristiana. Da allora, ho fatto tutto il possibile per condividere il Vangelo con la mia gente. Per me è molto importante che si riesca a tradurre la Bibbia nella lingua Rohingya».


David stima che dal 2006 circa 7.000 Rohingya siano diventati cristiani e che ci siano 150 famiglie cristiane che vivono nel campo profughi in Bangladesh. Il radicalismo islamico rende però la loro quotidianità molto pericolosa.


Attacco nel campo

28 gennaio 2020. Un’orda di musulmani militanti attacca i cristiani del campo. Li picchiano e distruggono i loro rifugi. Sedici persone sono rimaste ferite, tra cui Mohana Priya*, leader dei nostri quattro collaboratori locali. I feriti vengono portati in un ospedale cristiano fuori dal campo. Le gravi ferite alla testa di Mohana Priya costringono i medici ad intervenire con un’operazione. La polizia non ha mosso un dito e non ci sono stati arresti. Gli aggressori sono riusciti a fuggire.


Ciò di cui i Rohingya hanno più bisogno è la speranza: la vera speranza che solo la fede in Gesù Cristo può dare.


* Nome cambiato